Ci sono film che si fanno amare senza sforzi, magari sottostimati dalla critica onnisciente, ma capaci di lasciare senza parole. Beh questo è ciò che mi è successo con “Margot at the wedding”, lavoro del 2007 di uno degli autori più interessanti del cinema indipendente americano, Noah Baumbach.
Forse l’ho scoperto tardi, ma come dice la vecchia zia saggia “non è mai troppo tardi”!!
Sconvolta, rapita e travolta dagli innumerevoli episodi, non senza colpi di scena, del telefilm di Avetrana non avrei dovuto più di tanto meravigliarmi. La realtà spesso supera la fantasia.
Bene…il film di Baumbach non ha fatto altro che confermare l’esistenza di degradati segreti familiari. Segreti spesso taciuti, ridicolizzati, lasciati incompresi, metabolizzati ma accuratamente tenuti nascosti.
Il film è un inenarrabile microcosmo familiare, A slice of family life: mariti traditi, due sorelle che si riscoprono amiche- nemiche, storie segrete, gelosie celate, rabbia, frustrazioni non elaborate.
Margot e suo figlio Claude si recano da Manhattan a Long Island nella casa di infanzia, abitata ora dalla sorella Pauline, dalla figlia di Pauline e da Malcom, futuro marito di Pauline.
La casa della loro infanzia, a mio parere simbolizzata dall’albero sotto cui si sarebbe dovuto celebrare il matrimonio tra Malcom e Pauline, e poi abattuto, diventa il luogo in cui prendono vita la drammaticità e l'ambiguità dei rapporti familiari fatti di amore-odio.
Vengono a galla i preconcetti, gli equivoci. Nascono malintesi, ha pieno sfogo la gelosia e l’invidia propria dei rapporti umani. Ma nasce anche una comunicazione fatta di amore, di deplorevoli ingerenze, di debolezze e di insicurezze. Su tutto sembra dominare il rapporto genitore-figlio, complesso, contraddittorio, a tratti inquietante.
Alla fine del film mi sono detta: le persone sono cattive, dentro e fuori la famiglia. Ci sarà un rifugio per “Margot e Pauline”?
Chi non è in grado di fronteggiare e "sconfiggere" i rapporti familiari malsani, che fine fa?
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